Gerundo in una cartina settecentesca e fotografie

confini del gerundoLa regione del Gerundo in una cartina settecentesca, quando molte paludi erano state bonificate.

I confini dell'isola Fulcheria, nel bel mezzo del Gerundo, erano grosso modo delineati dagli attuali centri abitati di Azzano, Palazzo Pignano, Casaletto, Montodine, Formigara, San Bassano, Ripalta Arpina, Crema, Ombriano, Trescore. Chi volesse rendersi conto della grandezza del Gerundo non ha che da tracciare su una moderna carta stradale le, linee che uniscono questi centri abitati.

In un dattiloscritto conservato presso la Biblioteca Comunale di Cremona, intitolato "Il Lago Gerundo" e firmato da G. Cugini in data 1947-1948, troviamo una funzionale suddivisione della storia nato rale del lago Gerundo in quattro epoche.

Un'epoca remotissima che risale al periodo postglaciale dell'Olocene, quando le alluvioni corrosero il materiale facilmente asportabile depositato in precedenza, creando così un ampio bacino, con l'eccezione dell'allungato conoide dell'isola Fulcheria e di altre isole più piccole.

Un'epoca remota, quando i fiumi della zona riunirono le loro acque formando la distesa lacustre sulle cui sponde cominciarono a insediarsi i primi nuclei di uomini; siamo nell'epoca in cui la gente del neolitico conquista la pianura.

Un'epoca di mezzo, caratterizzata dalle progressive bonifiche dell'uomo, con successivi abbandoni e altri recuperi del territorio; i fiumi vengono adagio disciplinati, vengono costruiti fossi scolmatori e canali, gli acquitrini prosciugati e i terreni asciutti messi a coltura; dove il lago era più profondo restano banchi di ghiaia e di sabbia; restano anche, fino a pochi anni fa, piccole chiazze di palude vera e propria, dette Mosi.


II Gerundo non doveva essere molto profondo, perché era pur sempre un lago "di pianura", e non di origine tettonica e neppure glaciale: gli unici esempi ancora visibili sono i laghi di Mantova, tre laghi acquitrinosi che costituivano fino a pochi anni fa un interessante biotipo padano: oggi restano poche tracce di flora palustre, con carici, felci idrofile, scirpo, potamogeti, ninfee e castagne d'acqua.

Infine un'epoca moderna, che è la nostra, durante la quale ogni traccia del lago è sparita, almeno per un osservatore non specialista e non attento: il paesaggio è quello padano classico, con campi coltivati organizzati in una rete di canali di scolo che impediscono ogni ristagno delle acque; con l'eccezione delle zone dove l'acqua sgorga dal suolo dalle cosiddette risorgive. Eppure, per un "esploratore" un pochino più attento, e un pochino più informato, le tracce del lago o mare Gerundo non sono poi così introvabili e invisibili.

Sulla sua esistenza abbiamo prove geologiche, archeologiche, documentali. L'esplorazione del territorio del Gerundo, e cioè la provincia di Bergamo nella parte meridionale, la provincia di Cremona nella parte superiore, oltre al Lodigiano e a tutto il Cremasco, muovendosi tra musei, chiese, ruderi, cave di ghiaia, remoti angoli di campagna dove il terreno è "inspiegabilmente" fatto come la sponda di un lago, consente un viaggio dentro una storia che i libri ignorano.

Una storia che sul posto però non è stata dimenticata. Ad esempio a Lodi e a Crema possiamo trovare strade dedicate alla leggenda: Via Lago Gerundo, Vicolo Gerundo. La parola "gera", o "ghera", che significa ghiaia e dà il nome al lago Gerundo (lago Ghiaioso potremmo tradurre oggi), ricorre spesso proprio al centro dell'area ex lacustre, nella zona detta Gera d'Adda, con i toponimi Brignano Gera d'Adda, Fara Gera d'Adda, Misano di Gera d'Adda, solo per citarne alcuni.



lavori sul gerundo Vecchie fotografie che illustrano la faticosa opera degli scarriolanti: costruendo argini e canali, questi operai contribuirono a controllare i fiumi padani che portavano acqua alle paludi.

A dimostrazione che il mare Gerundo era navigabile, percorso da barche di pescatori e da piccole (ma non tanto) navi mercantili e da battaglia, esistevano fino a pochi decenni fa gli anelli e i ganci utilizzati per l'ormeggio, come scrive Ambrogio Curti nel suo
"Tradizioni e leggende di Lombardia" (1856):

«Delle origini del lago Gerondo, che l'arte degli uomini e il tempo vennero affatto disseccando, sì che più non ne rimangono adesso altre vestigia che nei grossi anelli ed arpioni che in più di un luogo si trovano; onde da tutti si congettura con giustezza che servissero ad affrancare navigli, che per quella vastità di acque correvano a commerci, alla pesca, ed alle comunicazioni coi limitrofi paesi...».

lavori sul gerundoUno di questi grossi anelli da ormeggio era infisso alla base dell'antichissima torre Poccalodi, che modificata divenne la cappella di San Bernardino nella chiesa di San Francesco a Lodi. Il porto di Lodi sul Gerundo era in località Monte Eghezzone, dove sorgeva la chiesa di San Nicolò.

Altre torri adibite un tempo a porti fortificati si trovano anche a Pandino, Truccazzano e Soncino.

Qui è più viva che altrove una tradizione popolare fatta di fiabe, leggende e aneddoti legati all'epoca in cui le onde del mare Gerundo lambivano il paese.

La più nota delle leggende attribuisce la responsabilità del prosciugamento del Gerundo al Barbarossa. Sparita l'acqua, i pesci morirono e con loro molti uomini a causa di una conseguente pestilenza. Sopravvisse soltanto una donna, una certa Soresina che se ne andò a fondare un paese non lontano da Soncino, paese che porta ancora il suo nome.

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