La leggenda del drago Tarantasio

drago TarantasioProprio a Soncino un'altra leggenda vuole che sia nato il drago Tarantasio, o Tarànto, il più famoso degli abitatori del mare Gerundo, seminatore di terrore e di lutti.

Il nome gli derivava dal fatto che, benché rettile, aveva gambe numerose e lunghe, come quelle della tarantola. Lo storico Francesco Castiglioni, nella sua opera "Antichità di Milano", riporta un testo conservato presso l'archivio dei monaci Olivetani: «Nell'anno 1300 dalla natività di Cristo Signor nostro, Bravi intorno alla città di Lodi un certo lago, che per la ingente larghezza e per la grandissima inondazione dell'acqua che vi era fluita, appellavisi mare Gerondo.

Su questo medesimo lago apparve prodigiosamente un velenoso e mostruoso serpente, che col solo alito pestifero infestava tutta la città; per cui molti dal pessimo puzzo ammorbati, morivano.

«Contagio e infermità facendosi di' giorno in giorno maggiori e scemandosi assai il numero degli abitanti, e la città dalla furia dell'acqua essendo invasa, grandemente i cittadini se ne accoravano, e tanto più l'affluizione s'aumentava, quanto meno fosse sperabile rinvenire rimedio che valesse a guarire gli infetti, o a prosciugare l'acqua, o ad estinguere l'animale stesso. Epperò stando tutti gravemente ín angustia, si rivolsero alla Divina Maestà, colla ferma speranza ch'essa nessuno respinga che con puro cuore le si raccomandi.

Ma perché più facilmente ciò che tanto bramavano avessero a conseguire, il Reverendissimo Bernardino Tolentino, allora vescovo della città, convocato il clero e tutto il popolo, tenne loro pietoso sermone in cui efficacemente pregavali perché con tutto il calore del cuore e con tutta la pietà levassero preghiere a Dio, onde sì degnasse liberare questo suo popolo da quella pestifera strage.

Il medesimo Reverendissimo Vescovo sancì che si facessero per tre giorni continui solenni processioni e si stabilisse un voto: che se Dio operasse che, preso da compassione di quella mortalità, gli avesse a campare da quella velenosa fiera, erigerebbero un tempio in onore della santissima Trinità e del glorioso martire Cristoforo. «Né fu certamente quella una vana speranza, perché compite le processioni, e dato il voto, in quello stesso giorno, che fu il primo di gennaio, si ottennero due memorabilissimi miracoli, che morisse cioè l'infestissimo drago e si prosciugasse quell'immenso lago. Laonde i pii cittadini, di questo beneficio immensamente riconoscenti, edificarono un magnifico tempio, come avevano promesso col voto, il quale tempio fu poi più augustamente riedificato dai Reverendi Padri della Congregazione Olivetana nell'anno 1563».


Se al posto del drago Tarantasio, dall'alito pestifero e ammorbante, che causava contagi capaci di uccidere, mettiamo le febbri malariche e altre malattie di palude, vediamo che tutto diviene credibile e logico, come la richiesta dei cittadini di Lodi di prosciugare l'immenso acquitrino.
In ogni leggenda di originepopolare c'è sempre del vero. Se poi preferiamo credere nell'esistenza dei draghi, non mancano gli indizi per accettare e accertare la loro presenza nel Gerundo.

Cominciando dall'inizio, dalla nascita del Tarantasio proprio a Soncino. "Padre" della leggendaria bestia sarebbe nientemeno che Ezzelino da Romano, vicario imperiale e genero di Federico 111, signore di un territorio che comprendeva gran parte del Veneto e Brescia. Un condottiero tanto feroce che papa Innocenzo IV lo scomunicò e bandì una crociata contro di lui nel 1254, affidandone il comando ad Azzo VII d'Este. A Cassano d'Adda, nel 1259, Ezzelino fu sconfitto e mortalmente ferito. Secondo la tradizione sarebbe stato sepolto proprio a Soncino.


Un arciprete, vissuto in quel paese nel secolo scorso, testimonia di aver trovato sotto la chiesa un sepolcro contenente lo scheletro di un uomo gigantesco, qual era Ezzelino secondo quanto riportato dai contemporanei. Proprio in quel sepolcro, riferisce la credenza popolare, era nato il drago Tarantasio, come una specie di reincarnazione malefica del crudele signore. Tracce di carattere più "scientifico" erano, e sono, custodite in alcune chiese del territorio, sotto forma di ossa gigantesche rinvenute in quelli che un tempo erano i fondali del Gerundo.

Secondo Luciano Zeppegno, grande cronista delle curiosità e delle stranezze sparpagliate nelle nostre contrade, nella chiesa di Sant'Andrea di Lodi era custodito addirittura uno scheletro completo di Tarantasio. Un osso gigantesco, e precisamente una costola di drago del Gerundo, è ancora oggi visibile appesa al soffitto della sacrestia della chiesa di San Bassiano, a Pizzighettone. La costola, probabilmente, appartiene a una balena fossile o a un elefante.

Scheletri di balene sono stati spesso rinvenuti sulle Prealpi e, soprattutto, sull'Appennino che si affacci sulla Pianura Padana. Più interessanti, dal punto di vista storico, altri ritrovamenti che dimostrano l'esistenza dell'enorme specchio d'acqua detto mare Gerundo. Ci riferiamo alle numerose piroghe rinvenute nei fiumi che interessano il territorio. Uno degli esemplari più belli e meglio conservati è visibile nel cortile del Museo di Crema, restaurato con sostanze speciali che ne hanno arrestato il processo di dissoluzione.


Le piroghe del Gerundo sono monossiliche, cioè ricavate da un unico tronco (immaginiamo quanto dovevano essere enormi le querce roveri delle foreste lambite dal Gerundo) e di grandezza variabile a seconda dell'impiego: per la pesca, il commercio o la guerra. La grandezza e la forma delle piroghe dimostra che erano impiegate in acque paludose o lacustri, essendo inadatte alla navigazione fluviale.

Si tratta di imbarcazioni costruite nell'Alto Medioevo con tecniche che risalgono al neolitico. In epoche più recenti, il Gerundo è stato attraversato da vere e proprie navi, le medesime che percorrevano i fiumi e i laghi di tutta l'Europa, fino a raggiungere il mare aperto. Cocche, burchi, bucintori e galee che parteciparono anche a battaglie navali, qui come nella parte più orientale della Padania, dove le flotte fluviali di Venezia e di Ferrara si scontrarono spesso in furibonde battaglie combattute da marinai d'acqua dolce non meno esperti navigatori di quelli delle acque salate.


L'"Insula Fulcheria", la più grande delle isole del mare Gerundo, prendeva il nome da Fulcherio, il duca longobardo che l'aveva avuta in feudo dopo la conquista della Lombardia. Crema, per lunghi anni, è stata il capoluogo di un'isola difficilmente conquistabile, protetta da fortif icazioni con bastioni e torri i cui relitti erano visibili fino a pochi decenni or sono a Vaiano (ne parla Antonio Zavaglio nel volume "Terre nostre", pubblicato a Cremona nel 1946). Ci volle un'alleanza coi cremonesi, pratici del Gerundo, perché l'imperatore Barbarossa riuscisse a espugnare Crema dopo un assedio durato dal luglio del 1159 al febbraio del 1160.

Anche Cremona, come Crema e Lodi, non ha dimenticato il mare Gerundo (che però lambiva soltanto una piccola parte del suo territorio) e ha voluto una Via Fulcheria, una Via Lago Gerundo e una Via Mosa. Il Moso era la palude, profonda mediamente cinque metri, formata dalle acque sorgive e dalle piene del Serio, che si allargava nella bassa bergamasca fino a nord di Cremona: praticamente un'ansa del Gerundo più antico, e una delle tante paludi del Gerundo più recente, quando gli specchi d'acqua si alternavano a terre asciutte e polesini.

Le cronache dell'epoca del Barbarossa riferiscono che i cremonesi si recarono all'assedio di Lodi e di Crema "con apparato nautico per le interposte paludi". Conquistato il territorio, il Barbarossa donò l'isola di Fulcheria al cremonese Tinto, detto Muso di gatta, con un atto del 17 maggio 1159. Alla sparizione del lago Gerundo hanno naturalmente contribuito molti fattori, anche se la fantasia popolare, come abbiamo visto nel caso di San Cristoforo e del drago Tarantasio, preferisce spiegazioni miracolose o eroiche.

I fattori climatici sono sicuramente da porsi in primo piano: il periodo di maggiore espansione del lago, quando fu definito addirittura "mare", coincide col periodo caldo dell'Alto Medioevo. Scioglimento dei ghiacciai e grande piovosità favorirono la formazione nella Pianura Padana di acquitrini e valli, proprio nel momento in cui l'uomo si accingeva a riconquistare quelle plaghe che erano state fertili ai tempi dei romani. Dal XIII secolo in avanti il clima cambia andamento ed entriamo in quella che i climatologi hanno definito la Piccola Età Glaciale, durata fino a metà del secolo scorso e caratterizzata dal prosciugamento delle paludi assecondato dall'opera dell'uomo.

Non va dimenticato il lavoro dei monaci che fecero di Nonantola, San Benedetto, Pomposa e altre località padane importanti centri agricoli, in osservanza alle regole dettate da Sant'Oddone, abate di Cluny, che a partire dal 910 aveva riformato l'ordine dei Benedettini indirizzandolo verso la cura dei poveri, l'assistenza ai pellegrini e, soprattutto, la colonizzazione delle terre vergini o tornate incolte a causa delle invasioni barbariche che avevano cacciato la gente dalle campagne. Intorno all'anno Mille, l'abate Sant'Ugo il Grande incrementò la fondazione di monasteri cluniacensi in Lombardia. Nell'area interessata al lago Gerundo sorsero le abbazie di Caravaggio, Barbata, Bottaiano, Ombriano, Crema, Madignano, Carreto, Trignano. La costruzione di canali e fossati favorì lo smaltimento delle acque.

Adagio le zone occupate dall'acquitrino diminuirono. Oggi uniche testimonianze di quell'abbondanza di acqua sono i fondali, o risorgive (o sorgenti di affioramento): vere e proprie sorgenti di pianura, caratteristiche della Padania, microambienti con una ricca vegetazione naturale di sambuchi e di sanguinelli, e con diverse specie di anfibi che prosperano tra le erbe acquatiche. Una limpida ricchezza che un tempo andava ad alimentare il lago Gerundo, e che oggi l'uomo ha domato e convoglia verso le campagne di Lombardia, tutte coltivate e ordinate, dove passando in macchina è difficile immaginare il selvaggio mare di un tempo che sembra appartenere solo alle favole.

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