Irrigazione dei Bonsai

bonsaiIrrigazione L'acqua è il costituente principale degli organismi viventi e svolge una serie di funzioni notevoli, da quella meccanica (pressione di turgore) a quella termica (regolatore di temperatura interna), da quella di solubilizzazione, trasporto e messa a disposizione delle sostanze minerali disciolte a quella di partecipazione ad un grande numero di reazioni chimiche.

La pianta deve quindi avere a disposizione sempre una certa quantità di acqua per svolgere le sue funzioni, ma nella giusta dose.


Eccessi o carenze si traducono rapidamente in sofferenza e se duraturi, in danni anche molto seri.

La carenza di acqua si manifesta con una visibile sofferenza immediata della pianta.
Dapprima le parti più giovani dell'albero e l'intero apparato fogliare mostrano un certo appassimento; successivamente, con il prolungarsi dello stato di carenza, la situazione tende ad evolversi in un progressivo disseccamento che andrà ad interessare anche le parti lignificate.

Esiste un punto dal quale non sarà più possibile ritornare (punto di avvizzimento) e quindi la pianta morirà.


L'eccesso di acqua determina per lo più gli stessi sintomi della carenza, in quanto la pianta, per autodifesa, tende a bloccarne l'assorbimento. La condizione di ristagno poi, porta ad asfissia delle radici e ad insorgenza di condizioni favorevoli allo sviluppo di microrganismi patogeni capaci di attaccare l'apparato radicale.

L'utilizzo dell'acqua da parte delle piante è legato a molti fattori, climatico-ambientali (temperatura, quantità di luce, umidità dell'aria...), biologici (stadio di crescita, età, caratteristiche genetiche...), di mantenimento (tipo terriccio, dimensioni del vaso...).

Ne scaturisce la consapevolezza che non è affatto semplice stabilire in partenza quanta acqua ci vorrà per quella pianta e quante volte alla settimana dovrà essere somministrata. Solo con un po' di esperienza e di applicazione si acquisirà la sensibilità di capire le necessità della pianta, e di intervenire senza paura di sbagliare.

Nella pratica, con l'apporto di acqua al terriccio provocheremo il riempimento di tutti gli spazi vuoti presenti nel substrato (vedi capitolo sul terriccio), normalmente a disposizione di aria ed acqua (rispettivamente macropori e micropori).

L'acqua in eccesso (quella che va a riempire gli spazi a disposizione dell'aria) sgronderà attraverso i fori posti sul fondo del vaso. Quella che invece occuperà i micropori, costituirà in pratica una specie di "serbatoio", parte del quale potrà essere sfruttato dalla pianta attraverso l'azione delle radici.

Quando questo "serbatoio" sarà vuoto, dovremo nuovamente intervenire con una bagnatura. Non si dovrà mai aspettare che il terriccio sia troppo asciutto (in profondità, non solo superficialmente) altrimenti il substrato, a causa delle sue caratteristiche fisico-chimiche, non sarà in grado di trattenere l'acqua nel "serbatoio".

Esso infatti si comporta un po' come una spugna: se è asciutta non trattiene l'acqua e la fa scorrere via; se invece è umida, allora è in grado di trattenere molta acqua.


Le tecniche con le quali l'acqua viene apportata alla pianta possono essere ricondotte fondamentalmente a due tipologie:

- l'annaffiatura, che prevede la distribuzione sopra al vaso;
- la subirrigazione, mediante la quale si fa giungere l'acqua dalla parte inferiore del vaso, attraverso i fori presenti per lo sgrondo dell'acqua in eccesso.


Nel primo caso si fa in modo che l'acqua scorra attraverso il terriccio dall'alto verso il basso. L'acqua in eccesso sgronda facilmente e, in assenza di un piattino che trattenga l'acqua sul fondo del vaso, è praticamente impossibile provocare problemi di ristagno. Si tratta di un sistema che a lungo dilava il terriccio degli elementi nutritivi fissati nel substrato, impoverendolo. È però adatto per la fertirrigazione e quindi permette una facile ricomposizione dell'equilibrio nutritivo.

Nel secondo caso si sfrutta la capacità del substrato di "assorbire" l'acqua e per mezzo del potenziale capillare farla arrivare dal basso in alto. Basterà quindi immergere la parte basale del vaso in una vaschetta piena d'acqua perché il substrato "si arrangi" ad assorbire. Si tratta di un metodo comodo, ma molto rischioso, in quanto richiede grande attenzione: guai dimenticarsi il vaso dentro alla vaschetta; l'acqua in eccesso non riuscirebbe a sgrondare e a liberare le zone che devono essere lasciate a disposizione dell'aria, provocando l'asfissia delle radici.

Vale la pena aggiungere la considerazione che in generale sarebbe preferibile l'apporto di una ridotta quantità di acqua ad intervalli abbastanza brevi (ogni giorno), facendo grande attenzione a non superare mai il primo stadio di appassimento, piuttosto che di grandi quantità ad intervalli lunghi (4-5 giorni). In condizioni di emergenza si può intervenire immergendo completamente il vaso in acqua per alcuni minuti, garantendo così una rapida imbibizione di tutto il terreno. Nel caso in cui non vi siano stati danni irreparabili, la pianta riprenderà vigore entro qualche ora.

La necessità d'acqua varia quindi a seconda di molte condizioni e prima di intervenire va valutato correttamente lo stato di ogni singola pianta. In estate le piante in vasi piccoli e quelle esposte al sole sono maggiormente soggette alla disidratazione ed al "colpo di calore". In queste condizioni si dovrà intervenire con frequenti ed abbondanti bagnature, preferibilmente nelle prime ore del mattino ed al tramonto, per evitare shock termici alle radici. D'inverno sarà sufficiente bagnare ogni due o tre giorni, agendo di preferenza nelle ore più calde, per favorire l'assorbimento.

Questo vale in misura maggiore per piante poste all'esterno, in quanto effettuando un intervento nel tardo pomeriggio non ci sarebbe la possibilità di un totale assorbimento e l'abbassamento della temperatura seguente farebbe gelare l'acqua, provocando la rottura delle radichette.

Con la primavera cresce il fabbisogno d'acqua nelle piante, soprattutto in quelle da fiore. Le piante in ombra od esposte al sole solo poche ore al giorno asciugheranno meno di quelle in pieno sole dall'alba al tramonto. Riguardo i terricci va considerato che quelli più drenanti (sabbiosi o ricchi di scheletro) sono in grado di sopportare meglio anche bagnature consistenti, in quanto, grazie alla notevole presenza di macropori, permettono all'acqua in eccesso di sgrondare velocemente.

D'altro canto questi stessi terricci devono essere seguiti con maggiore attenzione nella stagione calda, perché la scarsa ritenzione idrica non permette la formazione di riserve adeguate a sopportare la richiesta delle piante.


Va prestata attenzione anche alla temperatura dell'acqua che viene somministrata al fine di non determinare shock termici. Un consiglio pratico consiste nel non utilizzare acqua più fredda di 3 -4 gradi né più calda di 6-8 gradi rispetto alla temperatura ambientale.

Dal Punto di vista climatico va ricordato che in condizioni ventose aumenta la disidratazione, così come in un clima secco, mentre la presenza di muschio sulla superficie del terriccio aiuta a mantenere un grado di umidità maggiore.


bonsai_irrigazioneQualità dell'acqua Le caratteristiche chimico fisiche dell'acqua che viene utilizzata sono particolarmente importanti in quanto le continue annaffiature e quindi il grande volume che viene a contatto con i nostri bonsai, possono provocare modificazioni lente, ma decisive, sia al terreno sia allo stato della pianta stessa.

La prima considerazione che va fatta in questo senso è legata all'origine dell'acqua utilizzata.

Diverse infatti possono essere le fonti dalle quali ci approvvigioniamo (acquedotto, pozzo, pioggia...) e ognuna di queste dà origine ad acque di diversa qualità.

Normalmente siamo portati a valutare la bontà dell'acqua sulla base di parametri adatti all'utilizzo umano, non su quelli adatti alle piante. Poiché però una parte di tali parametri differiscono, non è infrequente che l'uso prolungato di acque che noi consideriamo "buone", provochino problemi ai nostri bonsai Infatti nell'acqua sono disciolti o dispersi vari elementi; alcuni sono vantaggiosi per la pianta, altri invece causano problemi.


Tra i negativi, il calcare è il peggiore.

A lungo andare la sua presenza determina incrementi di pH del substrato con alterazione dell'equilibrio nutritivo. Esso inoltre precipita andando a rivestire i peli radicali e limitandone gli scambi.

Se poi l'acqua viene somministrata sulla chioma, può formare macchie biancastre localizzate sulla superficie delle foglie limitando l'efficienza fotosintetica e gli scambi gassosi. Una valida alternativa ad acque ricche di calcare è costituita dall'uso di acqua demineralizzata, oppure di acqua distillata. In questo caso va assolutamente ricordato che diventa ancora più importante l'apporto di elementi minerali, sia micro che macroelementi, attraverso la concimazione.

Buona pratica può essere quella di mescolare acqua di acquedotto e acqua demineralizzata o distillata, in modo da stemperare i fattori negativi di entrambe.

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