Renata Tebaldi Cd

renata tebaldi 3Imponente il lascito discografico di Renata Tebaldi, quasi tutto disponibile ormai in CD, che testimonia quasi in toto il suo intero repertorio: dalle 62 opere integrali, fino ai recitals e alle numerose compilation.

Il retaggio discografico che la Tebaldi ci ha lasciato è davvero imponente e comunque adeguato al ruolo importantissimo che l’artista ha sostenuto, in trenta anni, dal dopoguerra, nell’evoluzione del teatro lirico mondiale verso il recupero di formule stilistiche e regole tecniche da qualche decennio andate perdute: 67 opere complete, di cui 32 registrate dal vivo, e 2 selezioni.

Nell’ordine, le presenze dei personaggi documentano in linea di massima le predilezioni dell’artista in teatro:
Tosca (11),
Leonora di Vargas (7),
renataMaddalena di Coigny di GUIDO TARTONI (6),
Desdemona,
Mimì,
Wally e Violetta Valery (4),
Margherita e Cio Cio San (3),
Aida, Giovanna d’Arco,
Liù e Adriana (2).

Qualche cenno di commento al prestigioso patrimonio di dischi in vinile, ormai quasi tutto trasferito in CD, qui sotto elencato, seguendo l’ordine alfabetico dei titoli e quello cronologico delle registrazioni, muove da Adriana Lecouvreur, un opera che l’artista, in difetto di superiori virtù teatrali, cantò quasi sempre puntando molto sugli straordinari pregi della voce, sul medium naturalmente caldo e voluttuoso, e distinguendosi pertanto soprattutto nelle pagine ispirate al lirismo, vedi il duetto finale con Maurizio, splendido per abbandono e soavità, ed esemplare nel legato, mentre in quelle drammatiche si affidò all’enfasi declamatoria.

Anche la sua Aida, veramente memorabile in teatro, caratterizzata dagli accenti nobilissimi e da uno stile impeccabile nel fraseggio, ampio e vario
(il “ Ritorna vincitor ” nella versione diretta da Erede, ci consegna momenti magici, sia nel terzo atto (“ O cieli azzurri”) sia, soprattutto, nell’incomparabile dolcezza del finale quarto nell’edizione diretta da Karajan.

Per taluni aspetti insuperata appare anche la Maddalena di Coigny, direi in particolare quella del 1953 diretta da Basile, per la linea impeccabile del canto in generale, la leggerezza sognante e poetica che ispira l’intero primo atto, e infine quella nostalgia letteralmente fatta suono che intride l’illuminante fraseggio del racconto “ La mamma morta ”, nel terzo,un autentico capolavoro.

L’Amelia del Ballo in maschera, affrontata soltanto in disco e comunque forse troppo tardi, nel 1970, non rende giustizia alla cantante, che ricorre ad accenti a volte troppo enfatici, plateali, e per via dell’emissione inevitabilmente appesantita, col graduale passaggio ad un repertorio più spinto, finisce col forzare in alto, rendendo un po’ duri e fissi gli acuti.

La Tebaldi, primadonna assoluta nel genere lirico puro, la ritroviamo nella sua forma migliore quale Mimì, nel 1951, con Erede sul podio, pressoché perfetta per il soave lirismo malinconico di talune pagine, la perfezione del legato e dei portamenti, l’appropriata varietà delle tinte nel fraseggio conversevole: la migliore fioraia pucciniana, certamente, prima dell’avvento di quella della Freni. Diciotto anni dopo, nella Live di Filadelfia, al fianco di un impetuoso Rodolfo, quello di Corelli, affiorerà invece qualche durezza di emissione e i colori vocali risulteranno meno cangianti.

La dolcezza congeniale e lo smalto prezioso naturale di questa voce, destinati a tutt’altri personaggi, risultano fondamentalmente estranei e quindi inadeguati al clima di tensione realistica, alla foga viscerale, che Mascagni esige in Cavalleria rusticana: per cui la Santuzza consegnata soltanto all’archivio del disco, nel 1957, quasi segnata e predestinata dalla vicinanza di un nordico Turiddu, quello di Bjoerling, appare nel complesso fredda, altera,distaccata.

renata tebaldi 4Per Elisabetta di Valois,altro personaggio verdiano solo discografico, vale il discorso fatto per Amelia: le cose migliori sono riferibili al legato, all’abbandono malinconico di taluni momenti, alla spontaneità dell’accento, sempre inquadrati nella innegabile magia del timbro, particolarmente in prima ottava, mentre certo declamato altisonante tradisce ancora qualche asprezza nella seconda.

Chiamata alla Scala per la parte di Alice, nello storico Falstaff di Mariano Stabile, nel 1951, con De Sabata sul podio, la Tebaldi cantò poi in quel ruolo anche al fianco di Gobbi, in diversi teatri, ma fu apprezzata piuttosto per l’alto magistero vocale che per la verve nell’organizzare le burle ai danni di Sir John. E il disco è lì a testimoniarlo.

Una sorpresa, per i giovani che non ebbero la fortuna di ascoltare la Tebaldi in teatro, costituirà per contro sicuramente la Minnie affidata nel 1958 a Capuana, dalla Decca, per redimere il corrusco Ramerrez di Del Monaco: all’opulenza vocale, qui, infatti, in chiave interpretativa l’artista unisce un’intelligenza di accento e una vasta gamma di tinte espressive veramente sorprendenti.

Gli atti migliori sono a mio giudizio il primo e il terzo. Meno brillante, invece, in sede di bilancio appare la prova dal vivo di tre anni dopo, al San Carlo di Napoli, in Fedora. Lo smalto vocale è sempre quello, prezioso e ineguagliabile, ma l’emissione, alle prese con una scrittura vocale accidentata, perde in morbidezza e solo raramente fa ricorso ai celeberrimi pianissimi.


Delle sette versioni de La forza del destino, un cavallo di battaglia del soprano pesarese, ben sei delle quali registrate in teatro,la migliore a parer mio resta quella storica diretta da Mitropoulos al Maggio Fiorentino del 1953. La voce è quella bellissima, sensazionale, che in quel decennio suscitò entusiasmi indescrivibili al di qua e al di là dell’Atlantico, voce privilegiata che si esalta, anche per sapienza tecnica, nelle pagine di genere patetico, nel modo magistrale in cui vengono affrontati e sostenuti i cantabili morbidi e legati, con una costante, esemplare emissione sul fiato, e che tuttavia sa far vibrare di una tensione estrema, quasi febbrile, pagine quali l’implorazione “Madre, pietosa Vergine” nel secondo atto e dare una levità alata alla successiva preghiera, “La Vergine degli angeli”.

Ma anche l’aria del quarto atto, “Pace, pace mio Dio” e il modo in cui l’artista anima i recitativi in genere sono di tutto riguardo. Anche l’edizione realizzata in studio dalla Decca, due anni dopo, è da ricordare per l’abbandono lirico e patetico della Preghiera, per talune inflessioni interpretative (“Me pellegrina ed orfana”, nel primo atto), e in genere per la singolare dovizia di suono che l’artista sfoggia nel medium. Solo nel registro acuto qualche si bemolle e si naturale altera a volte la superba fluidità e facilità del canto.

La live proveniente dal San Carlo, del 1958, diretta da Molinari Pradelli, entusiasma ancora la sala per l’opulenza del suono e il timbro fascinoso, anche se in teatro l’artista, coinvolta dall’azione scenica, cade a volte in sottolineature eccessive, in zona grave, che in studio non si sarebbe mai permessa. A Gioconda l’artista approdò nella seconda parte degli anni Sessanta, e la discografia documenta due presenze al Metropolitan, al fianco di Corelli e di Bergonzi.

renata tebaldi 5Ma, ancora una volta, è in studio, per la Decca, proprio col tenore parmense, a fornire la sua prova migliore: linea di canto ben controllata, emissione morbida, voluttuosa, seducente, se si fa eccezione per qualche si bemolle forzato, negli attacchi scoperti, e suono sempre pieno, ricco negli armonici come nelle intenzioni.

Dai microfoni della sede milanese della Rai, tornando indietro di tre lustri abbondanti, esce invece, anche qui elettrizzata dal canto castigato e sapiente di Bergonzi, una Giovanna d’Arco dal timbro dolce e casto, dallo smalto luminoso, reso quasi impalpabile nelle smorzature: quella celebrativa del 50.o della morte di Verdi, che l’artista avrebbe poi ripetuto nello stesso anno al San Carlo di Napoli, questa volta col Carlo VII di Gino Penno, anch’essa documentata in disco.

La vocazione patetica, nel canto come nell’interpretazione, sempre sublimata malgrado la sontuosità naturale dell’impasto, rende avvincente l’intero secondo atto della Madama Butterfly nelle due incisioni, entrambe Decca, che a distanza di sette anni denunciano solo una minore duttilità di emissione nella seconda rispetto alla prima.


La Manon pucciniana della Tebaldi, registrata nel 1954, difetta un po’ di malizia, di civetteria, tanto che il Minuetto del secondo atto, esemplare dal punto di vista vocale, risulta più che altro accademico; nondimeno l’aria “In quelle trine morbide” rimane un modello assoluto di esecuzione, per il gusto delle legature e dei portamenti, così come altri cantabili malinconici, congeniali all’artista. Da antologia è anche l’aria di Margherita, “L’altra notte in fondo al mare”, che legittima in disco da studio i trionfi ripetuti nel Mefistofele, a cominciare proprio da quello parmense di dieci anni prima: la duttilità nel modulare, la varietà delle tinte espressive, il fraseggio, il senso dello stile, sono affascinanti. Nell’edizione Live del 1965, da Chicago, si ripete puntualmente il miracolo nell’aria, alla quale va accostato l’irresistibile duetto del secondo atto, a fianco di Kraus. Alla Carnegie Hall, l’anno successivo, l’artista sostiene anche, sia pure con qualche tensione di troppo, il ruolo di Elena, quello propizio del debutto a Rovigo nel 1944.


Cosa rappresenti Desdemona nell’albodella Tebaldi, aureo come il timbro di miele della voce, lo dimostrano quattro edizioni di Otello. Alle due di studio, sotto etichetta Decca, si aggiungono due live: la prima, alla Scala nel 1954, documenta come il quarto atto rappresentasse un’autentica lezione di portata storica, con l’ovazione che accoglie la canzone del salice e l’Ave Maria; mentre la seconda, registrata a Berlino con sottotitoli in giapponese, otto anni dopo, ribadisce la grande naturalezza e spontaneità di emissione, congiunte ad uno scrupoloso controllo del suono. Nelle versioni in studio Karajan asseconda e sottolinea la mirabile linea essenzialmente strumentale del canto di Renata; mentre Erede dà letteralmente carta bianca all’artista, sia nell’eccellente duetto del primo atto, sia in tutto il quarto, per sfoggiare, con gli accenti nobilissimi, il prodigioso legato e le angeliche smorzature.
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Della grazia emissiva squisita dei primi anni Cinquanta sono testimonianze significanti anche le due presenze nel Requiem verdiano del Cinquantenario, con le formidabili bacchette di Toscanini e De Sabata, entrambe presenti nella discografia sotto forma di live.

Fondamentalmente aliena da ogni forma di concitazione, la Tosca della Tebaldi, lo dimostrano ben undici edizioni, raramente alterò i principi del suo credo vocale, orientato piuttosto verso l’abbandono sentimentale che incline al fraseggio aggressivo e alla fonazione impetuosa. Solo Mitropoulos, al Met, la indusse a rinunciare alle sue predilette mezze tinte per puntare al canto pieno, di slancio. Mentre a Londra ancora prevalgono, solo sei mesi prima, la qualità rara del timbro e l’abile gioco tra piano e forte, nel dolce abbandono amoroso. Le forzature, imputabili forse a fenomeni di contagio, si registrano accanto ad un vociferante Del Monaco nella seconda Tosca della Decca (1959), mentre la prima (1952) evidenzia sempre l’enorme suggestione, il fascino delle mezzevoci più soavi.

Nell’edizione in Video di Stoccarda, del 1961, infine, l’artista si riconferma più cantante che attrice, anche nel gesto un po’ manierato e nella datata presenza scenica: sorride solo dopo l’ovazione che accoglie il “Vissi d’arte”.


Anche in Traviata, superato lo scoglio dei vorticosi vocalizzi dell’Allegro “Follie! follie!”, nella grande scena del primo atto, grazie alla voce immacolata, pura, e alla magnificenza della cavata, ci vengono offerte pagine affascinanti sotto il profilo tecnico e toccanti sotto quello interpretativo: il dolcissimo Andantino “Dite alla giovine”, ad esempio, i momenti amorosi e l’intero ultimo atto, anche se forse manca un certo carattere febbrile indispensabile in certe scene. Nella live fiorentina del 1956 l’impetuoso “Amami, Alfredo” viene bissato.


Nel trittico pucciniano, mai affrontato in scena e registrato nel 1962 per la Decca, quel che appare ancora eccezionale, nell’organizzazione vocale dell’artista, è il registro mediano. Nel dettaglio, in breve, eccellente appare il celebre lamento “Senza mamma”, lodevole l’Andantino “O mio babbino caro”, solo stentorea Giorgetta. Del Trovatore, altra opera mai cantata in teatro, ascoltando la versione Decca del 1956, sono da ricordare, per il suggestivo timbro notturno e i soavi melismi, l’Andante “Tacea la notte placida”, cui segue una cabaletta addomesticata nelle brucianti fioriture, e il flautato Andante “Prima che d’altri vivere” nel finale dell’opera. Insolita per volume e colore, ancor più che per sincerità di accento, è la mite Liù, soprattutto nella seconda edizione in studio, la Rca del 1960, nella quale il calore della Tebaldi, profuso nelle due tenere arie, del primo e del terzo atto, tenta almeno di sciogliere il grande gelo nordico diffuso a piene mani dalla Nilsson e da Bjorling.


renata tebaldi 7Chiude l’analisi delle opere complete un personaggio, quello di Wally, per affrontare il quale l’artista dovette ritoccare un po il suo decalogo tecnico, rinunciando spesso alla morbidezza per trovare l’incisività necessaria ad una interpretazione appassionata. Il fraseggio, in un’opera evidentemente sentita in misura particolare, è ricco di intenzioni e l’ampiezza del periodare cantabile sempre eccezionale, soprattutto in prima ottava.

Esempi preclari dell’arte della Tebaldi, vedi certi attacchi flautati soltanto suoi, la duttilità incredibile degli smorzando, il turgore delle cavate, oltre che la dovizia vibrante delle espansioni centrali, si colgono anche nei documenti isolati di personaggi non entrati nel novero delle opere complete.

Ad esempio nelle rarissime scene staccate wagneriane, l’EIsa del Lohengrin, l’Elisabetta del Tannhauser, l’Isotta del Tristano, tutte cantate in italiano; ma anche la Matilde del Guglielmo Tell, Lodoletta, la Contessa Almaviva ma anche Susanna de Le nozze di Figaro, la Margherita del Faust, Carlotta del Werther e la Tatiana dell’Eugenio Onegin (l’aria della lettera in italiano), che si incontrano nei numerosissimi recitaI.

Da segnalare inoltre, come pezzo unico, il cantabile patetico e legatissimo “Come in quest’ora bruna”, di Amelia Grimaldi nel Simon Boccanegra, registrato dal vivo negli Stati Uniti, e l’aria di Magda da La Rondine.

Una curiosità l’Habanera e la scena delle carte, da Carmen, cantate in italiano. Essenziali, per la conoscenza approfondita di un’artista che, come si è detto, quasi mai sacrificò l’arte del canto puro a quella scenica, sono anche i recitals concertistici: dai famosi Martini & Rossi degli anni Cinquanta a quelli con l’accompagnamento pianistico di Giorgio Favaretto e Richard Bonynge fino, a quello alla Scala, con Martin Katz al pianoforte, del 23 maggio 1976. Alcune copertine dei cd Decca di Renata Tebaldi

renata tebaldi decca1 renata tebaldi decca2

Copertine di due importanti compilation in CD della Tebaldi tuttora in catalogo.





renata tebaldi decca3 Copertina della la prima
registrazione in studio ( anni 1949-51 )







renata tebaldi decca4Copertina realizzata alla Kingsway Hall di Londra nel 1972
col pianista-direttore Richad Bonynge


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