Cavalli di battaglia - Verdi

G.VERDI: Aida (atto primo, scena prima)

AIDA
Ritorna vincitor!...E dal mio labbro
uscì l’empia parola! - Vincitor
del padre mio...di lui che impugna l’armi
per me...per ridonarmi
una patria, una reggia! E il nome illustre
che qui celar mi è forza! Vincitore
de’ miei fratelli...ond’io lo vegga, tinti
del sangue amato, trionfar nel plauso
delle egizie coorti!...E dietro il carro,
un Re...mio padre...di catene avvinto!...
L’insana parola,
o Numi sperdete!
Al seno d’un padre
la figlia rendete;
struggete le squadre
dei nostri oppressor.
Ah! Sventurata! Che dissi? E l’amor mio?...
Dunque scordar poss’io
questo fervido amore, che oppressa e
schiava
come raggio di sol qui mi beava?
lmprecherò la morte
a Radames...a lui che amo pur tanto!
Ah! Non fu in terra mai
da più crudeli angosce un core affranto!
I sacri nomi di padre...d’amante
nè profferir poss’io, nè ricordar...
per l’un.. .per l’altro...confusa . . .tremante..
lo piangere vorrei...vorrei pregar.
Ma la mia prece in bestemmia si muta...
Delitto è il pianto a me...colpa il sospir...
In notte cupa la mente è perduta...
E nell’ansia crudel vorrei morir.
Numi pietà - del mio soffrir!
Speme non v’ha - pel mio dolor...
Amor fatal - tremendo amor
Spezzami il cor - fammi morir!
Numi pietà - del mio soffrir!

Radamesè stato designato come condottiero contro gli invasori. La schiava etiope Aida, sua amante segreta, affronta il primo dei suoi dilemmi: Radames vincitore significa la sconfitta della propria gente, del re di cui èfiglia, dei suoi fratelli. Radames vincerà, e Aida, vedendo i propri compatrioti in catene convincerà l’amato a tradire la patria per amore suo. Affronteranno, alla fine, insieme, la stessa condanna e la stessa morte.



G.VERDI: Otello (atto quarto, scena prima)

renata tebaldi opera 5DESDEMONA
Mia madre aveva una povera ancella
innamorata e bella;
era il suo nome
Barbara. Amava
un uom che poi l’abbandonò, cantava
una canzone: la canzon del salice.
Mi disciogli le chiome
io questa sera ho la memoria piena
di quella cantilena:
“Piangea cantando
nell’erma landa,
piangea la mesta.
O salce! Salce! Salce!
Sedea chinando
sul sen la testa!
O salce! Salce! Salce!
Cantiamo! Il salce funebre
sarò la mia ghirlanda”.
Affrettati, fra poco giunge Otello.
“Scorreano i rivi fra le zolle in fior,
gemea quel core affanto,
e dalle ciglia le sgorgava il cor
l’amara onda del pianto.
O salce! Salce! Salce!
Cantiam la nenia blanda.
Cantiamo! Il salce funebre
sarà la mia ghirlanda!”
Scendean gli augelli a vol dai rami cupi
verso quel dolce canto.
E gli occhi suoi piangevan tanto, tanto,
da impietosir le rupi.
Riponi questo anello.
Povera Barbara!Solea la storia
con questo semplice suono finir:
“Egli era nato per la sua gloria,
io per amar...”
Ascolta. Odo un lamento.
Taci. Chi batte a quella porta?
EMILIA
È il vento
DESDEMONA
“lo per amarlo e per morir.
Salce, Salce, Salce”.
renata tebaldi opera 6Emilia, addio!Come m’ardon le ciglia!
È presagio di pianto.
Buona notte. Emilia addio!

Scena seconda:

DESDEMONA
Ave Maria piena di grazia, eletta
fra le spose e le vergini sei tu,
sia benedetto il frutto, o benedetta,
di tue materne viscere, Gesù.
Prega per chi adorando a te si prostra,
prega pel peccator, per l’innocente
e pel debole oppresso, e per possente,
misero anch’esso, tua pietà dimostra.
Prega per chi sotto l’oltraggi piega
la fronte e sotto la malvagia sorte;
per noi tu prega
sempre e nell’ora della morte nostra.
Prega per noi.
Ave Maria.. ..nell’ora della morte.
Amen.

È ormai ineluttabile la tragedia e inevitabile la sorte di Desdemona, contro la quale tutto ha congiurato. La Canzone del Salice racconta l’infelicità di un’altra donna e diventa qui un vero lamento funebre per la protagonista. Poi, Desdemona affida alla Vergine la propria anima: la morte non è colpa di Otello, amato anche nell’ora estrema, ma è nel suo destino. Egli giungerà alla fine della preghiera assolvendo al compito assegnatogli dal fato.


G.VERDI: Il Trovatore (atto quarto, scena prima

RUIZ
Siam giunti, ecco la torre, ove di Stato
gemono i prigionieri...ah l’infelice
ivi fu tratto!
LEONORA
Vanne,
lasciami né timor di me ti prenda...
Salvarlo io potrò forse.
Timor di me?...sicura,
presta è la mia difesa. In questa oscura
notte ravvolta, presso a te son io,
e tu nol sai...Gemente
aura che intorno spiri.
Deh, pietoso gli arreca i miei sospiri...
D’amor sull’ali rosee
vanne sospir dolente,
del prigioniero misero
conforta l’egra mente...
Com’aura di speranza
aleggia in questa stanza:
lo desta alle memorie,
ai sogni dell’amor!
Ma deh! Non dirgli, improvvido,
le pene del mio cor!

Manrico e Leonora, dopo mille peripezie, stanno per sposarsi, ma giunge al giovane la notizia che la madre è stata imprigionata. Al suo tentativo di liberarla viene catturato anch’egli dal Conte. Alla notizia, Leonora èdisperata: troverà la soluzione per salvarlo. Si offrirà in matrimonio al Conte in cambio della libertà dell’amato. Ma, a scambio avvenuto, non subirà il ricatto e si ucciderà.


renata tebaldi opera 7G.VERDI: La forza del destino (atto quarto, scena sesta)

LEONORA
Pace, pace, mio Dio. Cruda sventura
m’astringe, ahimé, a languir;
come il dì primo da tant’anni dura
profondo il mio soffrir.
Pace, pace, mio Dio.
L’amai, gli è ver!...ma di beltà e valore
cotanto Iddio l’ornò
che l’amo ancor, né toglierlo dal core
l’immagin sua saprò
fatalità!...fataiità! .. un delitto
disgiunti n’ha quaggiù!...
Alvaro, io t’amo, e su nel cielo è scritto:
non ti vedrò mai più!
Oh Dio, Dio, fa ch’io muoia: ché la calma
può darmi morte sol.
Invan la pace qui sperò quest’alma
in preda a tanto duol.
lnvan la pace quest’alma sperò.
Misero pane.. .a prolungarmi vieni
la sconsolata vita... Ma chi giunge?
Chi profanare ardisce il sacro loco?
Maledizione!...Maledizione!...

Siamo alla fine della terribile vicenda. Carlo, fratello di Leonora, ritrova Alvaro, ora frate, ma non è diminuito l’odio verso di lui per aver circuito la sorella, Il loro ultimo duello si svolge di fronte alla grotta dove, in eremitaggio, si è rifugiata proprio Leonora. Agitatissima, esce per chiedere quella pace che non riesce ancora a trovare, tormentata dal rimorso per il suo passato, e implorando la morte. Carlo ferito a morte da Alvaro la riconoscerà e la ucciderà.


G.VERDI: Don Carlo (atto quinto, scena prima)

Tu che le vanità conoscesti del mondo
e godi nell’avel il riposo profondo,
se ancor si piange in cielo, piangi sul mio dolore,
e porta il pianto mio al trono del Signor.
Carlo qui verrà! Sì! che parta e scordi omai...
A Posa di vegliar sui giorni suoi giurai.
Ei segua il suo destin, la gloria il traccerà.
Per me la mia giornata a sera è giunta già!
Francia, nobile suoi, sì caro ai miei verd’anni!
Fontainebleau! Ver voi si schiude il pensier e vanni.
Eterno giuro d’amor là Dio da me ascoltò,
e questa eternità un giorno sol durò.
Tra voi, vaghi giardin di questa terra ibera,
Se Carlo ancor dovrà fermare i passi a sera,
che le zolle, i ruscelli, i fonti, i boschi, i fior,
con le lor armonie cantino il nostro amor.
Addio, bei sogni d’or, illusion perduta!
Il nodo si spezzò, la luce è fatta muta!
Addio, verd’anni, ancor! Cedendo al duol crudel,
il cor ha un sol desir: la pace dell’avel!
Tu che le vanità conoscesti del mondo
e godi nell’avel il riposo profondo,
s’ancor si piange in cielo, piangi sul mio dolore,
e porta il pianto mio al trono del Signor.

L’amore nato in Francia tra Elisabetta e Don Carlo non si è spento col matrimonio di lei con Filippo, padre dell’amato. Di questa posizione colpevole approfittano donne gelose e avversari politici. Carlo è ormai condannato e fuggiasco ed Elisabetta sta pregando sulla tomba di Carlo V perchè lo protegga. Egli giungerà per un ultimo addio e sfuggirà ai suoi nemici perché il fantasma di Carlo V lo porterà con sè.


G.VERDI: Un ballo in maschera (atto secondo, scena prima)

AMELIA
Ecco l’orrido campo ove s’accoppia
al delitto la morte!
Ecco là le colonne...
La pianta è là, verdeggia al piè. S’inoltri.
Ah mi si aggela il core!
Sino il romor de’ passi miei, qui tutto
m’empie di raccapriccio e di terrore!
E se perir dovessi?
Perire! Ebben quando la sorte mia,
il mio dover tal’è, s’adempia, e sia.
Ma dall’arido stelo divulsa
come avrò di mia mano quell’erba,
e che dentro la mente convulsa
quell’eterea sembianza morrà:
che ti resta, perduto l’amor...
Che ti resta, mio povero cor!
Oh! Chi piange, qual forza m’arretra,
m’attraversa la squallida via?
Su coraggio...e tu fatti di pietra.
Non tradirmi, dal pianto ristà:
o finisci di battere e muor,
t’annienta, mio povero cor!
Mezzanotte!...ah che veggio? Una testa
di sotterra si leva.., e sospira!
Ha negli occhio il baleno dell’ira
e m’affisa e terribile sta!
Deh! Mi reggi, m’aita, o Signor,
risolleva il mio povero cor!
Miserere...Miserere d’un povero core,
Miserere di me, Signor!

Innamorata di un uomo che non è suo marito, Amelia, moglie di Renato, segretario del Governatore Riccardo, chiede alla zingara Ulrica il modo di essere liberata da una passione alla quale non vuole corrispondere. Sarà una pozione magica distillata da un’erba raccolta a mezzanotte vicino ad un patibolo, consiglia la maga, a renderla libera.


Un ballo in maschera (atto terzo, scena prima)
AMELIA
Morrò, ma prima in grazia
Deh! Mi consenti almeno
l’unico figlio mio
avvincere al mio seno.
E se alla moglie nieghi
quest’ultimo favor,
non rifiutalo ai prieghi
del mio materno cor.
Morrò, ma queste viscere
consolino i suoi baci,
poi che l’estrema è giunta
dell’ore mie fugaci.
Spenta per man del padre,
la mano ei stenderà
su gli occhi di una madre,
che mai più non vedrà!

I nodi vengono al pettine: Renato ha scoperto il tradimento di Amelia. Vuole ucciderla, ma la donna chiede di vedere il loro bambino prima di morire. E una mossa vincente, perché Renato si commuove e deciderà che è Riccardo, il governatore, il colpevole di tutto. Così parteciperà ad una congiura per ucciderlo. Morendo, Riccardo proclamerà l’innocenza della donna.


G.VERDI: Giovanna d’Arco (prologo, scena quarta)

GIOVANNA
Oh ben s’addice questo
torbido cielo al miserando affanno
di Francia oppressa! Perché mai d’imbelli
forme ho l’alma vestita,
l’alma che vola dal desio rapita
ai campi di battaglia!
Ma d’una ferrea maglia,
e d’una spada, e d’un cimiero forse
a me fia grave il peso?...
Tanto richiedo a te, speme del mondo.
Sempre all’alba ed alla sera
quivi innalzo a te preghiera;
qui la notte mi riposo,
e te sogna il mio pensier.
Sempre a me, che indegna sono,
apri allora il cor pietoso...
Oh, se un dì m’avessi dono
d’una spada e d’un cimier!

Presso la cappella della Vergine, nella foresta in cui Re Carlo ha cercato rifugio dagli inglesi nvasori, va sempre a pregare Giovanna. Sconvolta dalla sorte della patria vorrebbe combattere e chiede le armi alla Madonna. Mentre dorme, Re Carlo, seguendo indicazioni di un sogno, lascia in quel luogo le sue armi. Al risveglio Giovanna vedrà il suo sogno esaudito: combatterà per la Francia, anche se la sua gloria non sarà su questa terra.


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